Aldo Di RussoStrategie per l'evoluzione

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"Nullus locus sine genio" dicevano i romani come se ciò che ciascuno prova all'interno di un palazzo storico possa essere ricondotto ad essenze soprannaturali e non alla sua storia, alla cultura intesa come codice di comportamento che ha una valenza locale, certamente, e che caratterizza i fatti del posto per tradizione. All'aura del Palazzo Farnese di Caprarola abbiamo attribuito un genio con un volto, una voce, un carattere. Abbiamo voluto giocare per fare spettacolo raccontando di nascosto una storia fatta di idee, comportamenti, conflitti, come tutte le storie del resto. Il nostro è un genio sornione, scanzonato, severo si, ma pronto a perdonare gli eccessi dei membri della famiglia che ha abitato quel posto, eccessi di cui si sente responsabile e di cui non riesce, suo malgrado ad essere critico inflessibile.

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Lo spettacolo consiste in una proiezione diretta sulla facciata del Palazzo perfettamente a registro con tutti gli elementi dell’architettura di cui sono stati fatti rilievi molto accurati e precisi prima di disegnare le scene.
E’ stata proprio la presenza dell’architettura con la sua pietra antica e caratteristica per posto a permetterci di poter muovere le corde della favola e dell’immaginazione oltre quello che avremmo potuto fare su di uno schermo tradizionale, le scene ed i dialoghi spingono lo spettacolo verso il sogno impossibile, verso l’inverosimile, ma è proprio la concretezza della pietra a tentare di riportarlo sulla terra rendendolo credibile agli occhi degli spettatori. E’ proprio questa altalena di possibilità dentro la quale mettere in equilibrio il racconto che ci ha affascinato di più in fase si ricerca e di creazione della storia. In fondo credere a ciò che è impossibile è una delle essenze di ogni spettacolo, è forse l’essenza stessa della rappresentazione nell’arte. Il credere però è un atto volontario, non c’è frode, non c’è inganno, vale per un tempo limitato a quello della rappresentazione stessa poi svanisce insieme alla luce e ai disegni che la luce ha scritto sulla facciata del palazzo, svanisce insieme alla luce che per circa mezz’ora ha creato giganti, ha rievocato credenze e riti, ha sconvolto l’architettura originale per ricomporla come in gioco infantile, ha fatto rivivere personaggi fondamentali nella storia del Rinascimento se non in carne ed ossa per lo meno in idee e racconti e non è poco.
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E svanisce anche il Genio, davvero, sul finale quando con l’ironia di un endecasillabo togliendosi la parrucca, ma non il sarcasmo, rivela al pubblico il suo essere attore e dissolve insieme alla luce che lo aveva creato. La facciata ritorna quella monumentale di sempre, austera, dominatrice del borgo dai tempi dei fasti Farnesiani, capitale di una Tuscia Farnese che rivendica il posto che le spetta nella cultura Italiana. Il Genio è stato affidato a Massimo Foschi che lo ha interpretato centrando in pieno le necessità dello spettacolo, contribuendo con una sottile ironia nei modi e nella recitazione al successo del personaggio preso il pubblico. Nei primi due giorni di apertura il calore di oltre 2000 visitatori ha confortato lo sforzo di Unicity e di tutti i collaboratori.

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