Aldo Di RussoStrategie per l'evoluzione

Studiare come raccontare in un documentario la realtà è come fare un viaggio. Il mio viaggio, la cui meta è l’esplorazione del ciclo dell’acqua, è iniziato un mese fa. Di ritorno a casa, porti impressi negli occhi, prima di ogni cosa, gli sguardi, i comportamenti, i codici delle persone che hai incontrato, quei codici lontani dai tuoi con cui per la prima volta devi fare i conti. Sei tu che sei andato a cercarli, che hai provocato la loro reazione e che hai imposto a quei comportamenti di venire a contatto con un estraneo. In questo gioco c’è tutto il mistero della rappresentazione: cogliere un elemento significativo per metterlo in scena, filtrarlo attraverso le proprie idee e i propri modi del racconto.

Oggetto del mio viaggio è l’acqua potabile, materia molto delicata. Acea vive quotidianamente tanto il mercato internazionale, viste le sue dimensioni e l’ambizione che deriva dalle competenze accumulate, quanto un rapporto centenario e simbiotico con una città che dell’acqua ha fatto non solo la sua vita e la sua storia, ma la ragione della sua stessa messa in scena. Come in tutti i viaggi, allora, ho deciso di scrivere alcuni appunti, facendomi aiutare per le immagini da chi lo fa di mestiere e pensando di renderli pubblici per un possibile racconto di Acea.

Nonostante i mezzi di comunicazione digitali invochino a ragione una rivoluzione dei linguaggi, raccontare è forse il più antico dei mestieri, scoprire cosa ha destato la tua meraviglia nel soggetto da raccontare per poi ripristinarla nei modi del racconto stesso è il meccanismo sottile che da sempre funziona. Cercate allora di comprendere la mia meraviglia quando mi sono trovato di fronte a uomini e donne che raccontavano storie, aneddoti, pezzi di vita della città e del loro servizio con la stessa passione di un amante che racconta della propria amata, come di qualcosa che gli appartiene, non per averla acquistata, ma per averla conquistata con fatica,
impegno e dedizione. Un bene che rende orgogliosi e che diventa la base comune di ogni incontro e storia d’amore, come quella tra Acea e le proprie maestranze. Tale sentimento in Acea è costante e comune a giovani e meno giovani, uomini e donne, ma è soprattutto comune, invariabile per essere precisi, indipendentemente dal livello di scolarizzazione e dal ruolo ricoperto in azienda. Il Presidente dei laboratori, l’ingegnere-dirigente del servizio di telecontrollo, l’addetto allo sportello o al call center, l’operaio della manutenzione, rappresentano l’azienda nello stesso identico modo, hanno le stesse parole di responsabilità e di orgoglio, la stessa tensione emotiva nei confronti del servizio, per farla breve hanno in comune una cultura d’impresa, merce rara in questo momento.
Mi sono calato giù per un cunicolo che portava alle fogne, in prossimità della nota “Bocca della Verità”, un girone infernale dantesco, per via della nebbia artificiale prodotta dalle particelle d’acqua. Renato mi ha mostrato un muretto, illustrandomene la funzione, rialzare una banchina, l’importanza, serve tutti i giorni, e l’epoca in cui lui stesso lo ha costruito. È solo il muretto di una fogna, ma il suo racconto procedeva come mi stesse raccontando del giardino di casa sua. Dietro il muretto c’è lo sviluppo della città lungo i 28 anni di attività di Renato per Acea; è un muretto, i cui mattoni e cemento diventano “segno”, cioè elemento delegato a rappresentare una cultura. Ottimo spunto per un film. Grazie Renato.
Desidererei che il mio taccuino fosse anche la testimonianza di altre storie, altre meraviglie, senza dover incappare in difficoltà o in imbarazzo per aver reso pubbliche queste righe. Per questo devo fare una precisazione: per espressa richiesta di Renato, niente cognomi sui titoli di coda, «per l’Acea io so solo Renatone», ha detto categorico. E così sia. Perché dovrei usare il nome di battesimo per lui e non per gli altri? Come faccio per ingegneri di lungo corso, direttori o presidenti di importanti società del gruppo?Penseranno che voglio mancar loro di rispetto? Ho trovato! C’è un motivo per cui posso usare solo il nome di battesimo omettendo anche il titolo. In Italia, solitamente, si riporta il titolo ed il cognome, ingegner Rossi, Presidente Bianchi e così via, ma quando ci si trova di fronte ad una presenza così travolgente da cambiare la cultura del paese per sempre, si usa solo il nome di battesimo, omettendo persino la casata nobiliare. Cosi’ noi diciamo Galileo, Raffaello, Michelangelo, Federico…; se li chiamassimo per
cognome, ci riferiremmo ad importanti personaggi della storia, della cultura dell’occidente, mentre per nome sono pezzi della nostra cultura. Teoricamente è lo stesso, empaticamente no. Era quello che voleva dire Renato! Per questo senza imbarazzo utilizzerò i nomi di battesimo di tutti ed ometterò i titoli, sia per essere coerente con le scelte stilistiche che andrò a fare, sia per chiarire, senza paragoni, che queste persone rappresentano una rottura culturale rispetto a una certa visione catastrofica della cultura industriale di oggi.
Chiarito questo posso raccontarvi di Alessia che di notte, quando tuona, chiama la centrale operativa «per vedere come va», come se si stesse preoccupando di un bambino che va rassicurato. I tuoni, si sa, spaventano, ma una parola, una presenza, può scacciare la paura e fa sparire il temporale. Senza pioggia le situazioni operative risultano meno critiche. Questa è la sequenza logica del suo pensare per agire.
Comportamento ingenuo o sofisticato? Acquisito, istintivo, direi. Anche in questo caso l’infinità di pompe e sensori, telecontrollati attraverso una rete informatica e tenuti a bada da computer modernissimi, sono segni come i mattoni del muretto di Renato. Nel mondo Acea ne ho trovati tanti, a partire dalla prima tappa del viaggio, l’incontro con Maurizio e Tiziana mi ha indotto il sospetto di trovarmi di fronte ad una cultura d’impresa diversa dalle altre. Quel sospetto iniziale oggi è diventato una certezza, perchè non è usuale, data l’esperienza ed i miei capelli bianchi, che gli uomini della comunicazione aziendale parlino la stessa lingua degli uomini della produzione cinematografica. Qualche volta il loro compito è quello di far apparire le cose, qui le cose sono, il connubio vita-lavoro è la scelta stilistica della messa in scena.
Accantonata la parte del ciclo dell’acqua, che dalla captazione giunge fino alla città, il mio viaggio continua facendo tappa nei laboratori Acea. Qui ho avuto la netta sensazione di trovarmi nel cuore pulsante della sicurezza, in una clinica della prevenzione della salute pubblica, in un posto in cui tutto è organizzato in modo tale che la struttura sia più potente dell’eventuale errore umano. I laboratori Acea sono un tempio alla razionalità dell’uomo e alla scienza intesa come guida di azioni per gli altri, un luogo dove basta un elenco di valori, di parametri, insomma di numeri che ci indicano da quale zona di Roma proviene il campione d’acqua. Potremmo definire i laboratori come il luogo dove l’esperienza controlla la scienza, dove il potere dell’uomo ha la meglio sulle macchine da lui usate e progettate e dove la sicurezza è figlia diretta del sapere. Tutto ciò non è facile da raccontare, per cui anche qui occorre un esempio per capire. In una sede prestigiosa, in un luogo degno delle idee sull’uomo e sul lavoro di Adriano Olivetti, tutto è costruito per essere rasserenante a partire dal sorriso della direttrice. «La porto a vedere una cosa a cui tengo», dice, e, evitando di mostrarmi incubatrici, analizzatori, cappe sterili e colture microbiologiche, mi porta a vedere «le rose del suo giardino». I fiori come inizio del mio giro, non è male! Il primo segno di orgoglio per un posto curato che potrebbe essere l’esterno di una lussuosa clinica svizzera in una Roma periferica. Qual è il messaggio nascosto dietro un giardino ben curato!? Non è solo il piacere di vivere in un ambiente curato, né il semplice appagamento estetico, ma è il sentirsi rappresentati dalla bellezza, perché solo la cura di un luogo è in grado di descrivere meglio delle parole. Ed a questo servono i segni e le immagini.
La conservazione della bellezza è impossibile senza un forte senso di alleanza tra chi vive e ciò che devi conservare. Questo “senso di alleanza” non nasce dai fiori, ma dalla tensione, dall’amore per il lavoro quotidiano, dalla responsabilità ed dal senso civico di chi lavora. L’esito di ciascuno dipende da quello dell’altro, la tracciabilità di ciascuna azione porta il segno di una responsabilità personale e collettiva che diventa “etica della vicinanza agli altri” e prototipo della “Fraternitè”, caposaldo irrinunciabile della cultura dell’Occidente e, non a caso, prodotto dell’illuminismo e della cultura scientifica. In quei corridoi, allora, etica ed estetica vengono a coincidere nelle attività di tutti i giorni. Quando ho chiesto a Roberto, Presidente dei laboratori, di illustrarmi la loro strategia, ho avuto la sensazione di ascoltare le parole di Adriano Olivetti che su “Città dell’uomo” parlava dei valori della grande industria Italiana, valori che evidentemente non sono mai morti.
L’Acqua, da idea tranquillizzante ed elemento di equilibrio del mondo, diventa un elemento la cui assenza spaventa. Celio non ha avuto dubbi, parlando del suo lavoro presso una delle sorgenti, così si è espresso: «per me l’acqua è come la pace, tutto il mondo ne ha bisogno e noi spesso la buttiamo». Operai? Tecnici? Filosofi? Date un’ occhiata alle foto che sono parte integrante di queste note. Queste persone sono uguali sia dietro che dentro le quinte. Sembra che questo faciliti il compito e invece complica tutto. La rappresentazione deve essere una visione della realtà filtrata, è quello che io vorrei raccontarvi di Acea; ma questa schiettezza di visione, questo minimalismo nelle azioni utili e nei bisogni sono disarmanti. Per semplificare guardiamoli come personaggi della grande letteratura: Fausto sul set di un film neorealista, Nando, Francesco, Claudia, prototipi della migliore “romanità” dietro le quinte di un teatro dove si è appena rappresentato Il Rugantino. Sono già in scena, perchè nelle loro funzioni quotidiane esprimono il massimo di tensione
emotiva che si possa chiedere ad un uomo.
Il viaggio ha inizio prima e lontano da Roma, all’interno di una montagna, dove la roccia lascia cadere, goccia dopo goccia, l’acqua che noi utilizziamo tutti i giorni. Una fonte, pura, nascosta, uno di quegli elementi naturali che per insito mistero e per funzione vitale sono entrati nella mitologia antica come ninfe. (Le ninfe sono creature mitologiche in cui un tempo si credeva, non per fede, né per esoterismo o religione, ma per saggezza e conoscenza perfetta, per il frutto di una strana combinazione tra mito e ragione. Alcuni miti nascono per consolidare esigenze pratiche molto semplici come la coesistenza tra l’acqua e la vita. La ninfa, infatti, è uno spirito elementare che nell’incontro con l’uomo diventa idea, immaginazione, industria, organizzazione, storia, memoria, diventa semplicemente il gesto quotidiano di aprire il rubinetto. Un gesto tanto semplice che rimane ancora inspiegabile. Dietro l’acqua c’è il mistero della vita, c’è una sostanza che ha permesso la nascita della terra, c’è la misteriosa essenza di una natura che si riproduce da milioni di anni. Una materia troppo complessa per essere compresa, per cui trovo giusto affidarla all’immaginazione.)
Nel bel mezzo del nostro viaggio dall’Acea arriva una proposta: «e se utilizzassimo le riprese che stai facendo per realizzare uno spot promozionale del lavoro che il gruppo fa nel ciclo dell’acqua?». Solo così sarei stato in grado di ricordare ai romani il messaggio che gli intervistati hanno sempre ribadito: «i Romani possono stare tranquilli e sicuri».
Non ho mai amato follemente la pubblicità, anche se mi hanno sempre incuriosito i modi del suo linguaggio e le trasposizioni tra oggetti d’uso e miti d’oggi, per cui non vendi scarpe, liquori, telefoni, ma prometti piedi filiformi, feste piene di bella gente e una socialità di alto livello. Con me non funzionerebbe, perchè non ne sono capace e non ne sono capace, perchè non ne sono convinto. Ho dedicato parte della mia vita allo studio della fisica, da Newton ho imparato che il bianco è la somma di tutti i colori, l’unione del tutto in un insieme, mentre, dall’Apocalisse di Giovanni, che il bianco è il colore della purezza, in cui confluiscono sacrificio e martirio; nulla esiste dopo o oltre, il bianco è all’apice di un processo. Poi un giorno in una pubblicità ho scoperto un detersivo che lavava “più bianco”. Più di cosa? Deve essere stato allora che ho cominciato a guardare la pubblicità con un certo sospetto. Sarò vecchio, ma preferisco arrivare alle cose attraverso un ragionamento, attraverso un percorso di ipotesi e deduzioni, preferisco trasferire emozioni piuttosto che inspiegabili suggestioni.
Allora una proposta in linea con quanto avevo visto fino ad allora. Trenta secondi di video in cui si spiega semplicemente e senza strillare una cosa esattamente come è, cioè quanto sia lungo, complicato e delicato il processo industriale ed organizzativo per avere dell’acqua in casa. Questo nel linguaggio comune si traduce nella parola “bolletta dell’acqua”. Non è l’acqua che si paga, ma il servizio che c’è intorno, che la rende sicura, costante ed alla giusta pressione, depurata e smaltita senza danni.
Accetterà l’azienda di proporre uno spot “eversivo” rispetto alla tradizionale pubblicità? Ha accettato, perchè “eversivo” significa esattamente “rivoluzionario” come gli ideali illuministi dei laboratori. I laboratori che vediamo nelle pubblicità sono gli stessi che ci mostrano gli sceneggiati Americani, un modello di confronto entrato ormai nell’immaginario di tutti: improbabili provette colorate, che susciterebbero l’orrore di un vero chimico, collegate a un computer che in tempo reale rileva dati, senza fatica, nè sforzo. Qual è il risultato? L’idea che la scienza sia fatta di certezze e di ricette semplici invece che di dubbi, di fatica e di impegno per risolvere problemi
complicati o peggio ancora che sia fatta di mistero invece che di voglia di svelarlo per trovarne subito dopo un altro, che la cultura di impresa sia un ricettario di funzioni invece che un metodo di indagine. Per ovviare a questo problema abbiamo pensato di non ricorrere ad attori professionisti, ad eccezione dell’attore che fa da guida, ma di coinvolgere gli uomini dell’azienda veri per le loro inflessioni dialettali e per il timore di parlare davanti ad una cinepresa. Anche i luoghi sono assolutamente veri - la sala di controllo, i laboratori, i depuratori, i centri per la distribuzione dell’acqua - sono gli stessi che alimentano Roma ogni giorno. Non siamo entrati in un set cinematografico che descrivesse Acea, siamo entrati in Acea per dare a tutti una rappresentazione degli uomini che ci lavorano. Uomini che non cercano il giudizio sulla base di come hanno eseguito tecnicamente ciascuna operazione, ma in funzione dello scopo che ne è derivato. Tra le due concezioni c’è di mezzo il senso di responsabilità e la capacità di essere gruppo, qualità di cui mi sono invaghito in questi mesi con ammirazione e riconoscenza. Ho incontrato persone che non ti raccontano del loro lavoro, ma della loro vita. Nei loro racconti c’è un tono per ogni cosa, una cadenza per ogni argomento che devi catturare se vuoi rappresentare Acea nelle sue caratteristiche migliori; c’è una cultura che ha continui riscontri con i dati di fatto e per questo nessuna familiarità con conoscenze generiche e raffazzonate. Se, come diceva Gabriel Garcia Marquez «la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla» ci troviamo di fronte ad un corto circuito: lasciamogliela raccontare nella loro maniera e ricaviamoci uno spot che abbia la stessa forma di un documentario. Fuori dalle pubblicità tradizionali, un racconto breve come l’indice di un volume più grande può diventare una storia d’amore contagiosa. Sembra una azienda d’altri tempi e invece......



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