Aldo Di RussoStrategie per l'evoluzione

Buon giorno Zi Antò

Gettando uno sguardo tra le memorie culturali del Gargano è impossibile non imbattersi nella tradizione musicale della Tarantella del Gargano in quella versione proposta al pubblico internazionale dai cantori di Carpino che di questa sono stati gli interpreti maggiori.Uno degli elementi specifici di analisi sarà il rapporto che esiste tra la tradizione orale e il genere popolare, rappresentazione di una civiltà ormai estinta, esorcismo e catarsi di ciò che non è più un bisogno e nemmeno un ricordo.

Quando Diego Carpitella ed Ernesto De Martino girarono l’Italia del Sud, registrando musiche e documenti da cui nacque la “ Terra del rimorso”, erano gli anni ’50; il sud era ancora povero e fermo ad una cultura dei campi e della pastorizia che faceva sopravvivere convinzioni e tradizioni antiche; l’assenza di una scolarizzazione, specie tra gli adulti, conservava ancora la trasmissione orale della cultura popolare. Esisteva, insomma, la rappresentazione simbolica di quella cultura, di quell’ansia di scongiurare le angosce, le ansie di una esistenza precaria segnata dalla povertà e dalla emarginazione, cioè quelle motivazioni che prima Carpitella e De Martino avevano individuato come genitrici di quei modi di rappresentazione.

A 50 anni di distanza da quelle esperienze e dopo una profonda modificazione socio culturale, oltre ai documenti originali, esistono ancora pochi testimoni oculari e qualche gruppo locale di giovani appassionati continuamente in bilico tra “ricalco”, “revival” ed una terza via interpretativa che privilegi la ricerca dell’anima e delle origini alla fedele riproposizione della rappresentazione. A pensarci bene, sembra che la rappresentazione popolare della Tarantella stia ai giorni nostri un po’ come il dialetto di cui parlava Pasolini nel suo famoso “scritto Corsaro” stava ai suoi e anche ai tempi nostri. La tarantella rappresenta la sovrastruttura e non la struttura della società; la gente, diceva Pasolini, non parla il dialetto perchè il mondo che lo esprimeva non esiste più. Allora per evitare che la tradizione di un popolo diventi solo lo stigma di una arretratezza e non una risorsa culturale, proviamo a mettere in campo un ulteriore punto di vista, quello di un cantastorie che con una macchina da presa entri a raccontare la contemporaneità, non come gesto privato o familiare, ma a nome e per conto di un ente pubblico, il Parco Naturale del Gargano.

Con queste premesse, noi dovremmo restituire un quadro, a temporale, in bianco e nero, in grado di rappresentare continuità e contemporaneità.
Allora, un gruppo di artisti che portino oggi in giro per il mondo quei canti e quelle rappresentazioni, come i Cantori di Carpino fanno oggi, quali emozioni cercano per rimettere in scena ciò che non esiste più? Quali molle emotive, a parte l’amore per la propria terra, fanno scattare per ricostruire quel mondo? Sono domande alle quali mi piacerebbe rispondere. La storia dei cantori è cosa nota specialmente da quando hanno cominciato a calcare le scene nazionali ed internazionali. Meno conosciuti sono gli studi socio-antropologici che ricercano le cause e le origini di quel tipo di rappresentazione: la serenata d’amore o di sdegno, il rapporto tra gli elementi narrativi di un racconto cantato e soprattutto il rapporto con la tradizione contadina e con gli elementi di frustrazione e di disagio che la vita dei campi e della pastorizia generava e che trovavano nel canto, nel ballo e nelle strofe un momento di esorcismo.
Un primo piano interpretativo che mi piacerebbe dare al filmato è considerare i vari aspetti della tarantella come rappresentazioni, nel loro insieme, di parole, musica e danza e, nel loro contesto, di corteggiamento, sfida, iniziazione. Mi rendo conto che questo può far venire meno quell’aspetto di raffinata analisi letteraria e musicale che il libro di Nasuti mette in evidenza, ma il film non è un libro e la possibilità di tenere insieme le cose potrebbe essere già una chiave di lettura.

Parole, musica e danza costituiscono il linguaggio, il testo con cui il contesto veniva rappresentato. Il contesto era fatto di corteggiamento, sfida, iniziazione ad un mondo che, al di là della retorica bucolica, era fatto di fame, di stenti, di disagi e di violenza. Quest’ultima, quasi una costante della vita dei campi, giustificava l’esistenza di un esorcismo teatrale. Quindi i due elementi – testo e contesto - diventano inscindibili, almeno all’interno di un film che a sua volta vuole essere la rappresentazione di entrambe. Si, credo che gli elementi non siano scindibili, nonostante alcune raffinate escursioni intellettuali di grande rilievo, una delle quali quella di Nasuti alla quale ci siamo ispirati, che propone analisi letterarie musicali e socio-antropologiche del fenomeno facendone capitoli separati di un libro.
È naturale che la trasposizione filmica supera la caratteristica della pagina di un libro, fornendo visioni sempre di insieme. Scriveva Diego Carpitella in un saggio sulla storia del cinema: “In cosa consiste il contributo cognitivo del documento cinematografico? Nel documentare cose che la parola e lo scritto non possono costituzionalmente restituire....la parola può descrivere, non documentare”. Poi, con profetica coscienza, come solo un grande intellettuale sa fare, aggiunge: “oggi siamo di fronte ad apparecchiature sofisticate che possono dare documenti pertinenti e coerenti, anche se questa evoluzione tecnologica corrisponde spesso ad una eclisse e una trasformazione delle culture”.
Per questo eviterei una ripresa della rappresentazione come fosse teatro filmato, preferendo la ricostruzione di ciascuna scena.
Ci faranno da guida, ciascuno per la propria caratteristica specifica alcuni testimoni.
Unico ed ultimo superstite è Antonio Piccininno, che racconterà la sua vita come origine del suo canto: l’isolamento sui monti da piccolo e il canto come antidoto alla solitudine. La storia di lui che racconta il “dover imparare a scrivere” ricorda l’origine della scrittura, la negazione di quello che Platone scriveva di Socrate: “Dunque chi crede di poter tramandare un’arte affidandola all’alfabeto e chi a sua volta l’accoglie supponendo che dallo scritto si possa trarre qualcosa di preciso e di permanente, deve esser pieno d’una grande ingenuità, e deve ignorare assolutamente la profezia di Ammone se s’immagina che le parole scritte siano qualcosa di piú [d] del rinfrescare la memoria a chi sa le cose di cui tratta lo scritto”
Il suo canto è la sua vita perchè ne rappresenta in pieno i momenti salienti, i drammi, l’incontro fugace con la sua donna, fatto di un solo sguardo e di una decisione unilaterale, la serenata, e poi il matrimonio. Antonio Piccininno dice che quando non canta gli fa male la testa, e “portare una serenata” è ancora il miglior modo di allietare le serate. Ecco allora che trova in se stesso evasione, impegno, informazione e svago. Le sue melodie, insomma, sono il suo l’equilibrio.
La guida spirituale del nostro viaggio è il Maestro Roberto De Simone, uno dei massimi esperti al mondo di musica popolare e delle connessioni tra questa e la realtà socio-culturale che l’ha di volta in volta generata, fautore di “una musica popolare innovativa che non è di ricalco nè di riproposta”. A partire da una rigorosa ricerca sui documenti originali egli crea una messa in scena del tutto nuova, ma estremamente aderente all’anima della tradizione da cui discende.
L’altra guida sarà il Professore Francesco Nasuti, studioso delle forme letterarie e musicali dei Cantori di Carpino nonchè autore del volume citato da cui abbiamo tratto libera ispirazione per questo filmato.

Scopo del film è anche quello di lasciare una traccia di questa memoria su di un supporto i cui diritti appartengano al pubblico.

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