Aldo Di RussoStrategie per l'evoluzione


C’è stato un tempo nella storia dell’uomo in cui l’idea di vivere da soli e per se stessi si è modificata senza più ritorno. Non sappiamo cosa sia successo, come, sono passate troppe di migliaia di anni da quel giorno e le investigazioni si possono fare solo in modo indiretto. Dai dati in nostro possesso, però, sappiamo che quel giorno, il giorno in cui alla necessità fisiologica di nutrirsi si è aggiunta la volontà di nutrire anche gli altri tre nono le attività che l’uomo, insieme ad altri uomini ha ambito a fare, attività alle quali forse, da solo, non aveva mai pensato, attività che forse, da solo non sarebbe mai riuscito a fare: navigare, coltivare la terra e costruire.
E’ questo l’inizio della nostra storia, una storia che vede nascere una rete. Vede nascere la solidarietà come necessità di costruire insieme per se e per gli altri.
Costruire è una attività fondata sul lavoro. Il lavoro è stato solo fatica per molti e per molti anni fino a che la storia ed una generazione illuminata non abbia evidenziato questa parola come il centro fondante dei diritti, della libertà, della dignità umana.
Il lavoro citato nell’articolo uno della nostra Costituzione è il mezzo che può mettere ogni cittadino in condizioni di vivere ed affermarsi, è un valore, di tutti, ogni giorno. Questo concetto, meglio di qualunque commento me lo spiegò Nilde Jotti in una intervista fatta nel 1986 in occasione di un altro cinquantenario: quello della Costituzione Italiana.
Non intendiamo, con questa multivisione introduttiva fare una analisi sulle finalità sociali del lavoro, ma il lavoro come presupposto sul quale si fondano i diritti fondamentali dell’uomo.
Come è diverso il lavoro di oggi da quello di solo pochi anni fa, le tecnologie, l’informatica, la precisione; i mezzi, i processi: la sicurezza, quando il sostantivo “lavoro” diventa il fondamento dei diritti dell’uomo, il verbo costruire diventa una filosofia e ci permette, allora di utilizzare l’immaginazione per andare oltre quello che si vede.
Sono milioni gli uomini e le donne che si sono impegnati a costruire, non solo case, ma relazioni, non solo città, ma culture, civiltà, idee. Ecco che la parola “edile” legata nell’accezione comune al verbo “costruire” nasconde una filosofia, da attività del braccio diventa cultura, la cultura del vivere insieme, e dopo 2000 anni torna al significato originale di aediles Romano.
Siamo allora andati a spiare una Roma non didascalica e semplicistica come potrebbero esser le semplici foto delle architetture realizzate di recente, ma quella di una città che attraverso la stratificazione del suo costruito genera visioni, produce “illusioni”. Le fotografie di Alfredo Bernacchia e Federico Zaza, rubate, estratte, elaborate da Sergio Cavaliere e Mauro Scaramella dimostrano come succeda che quando meno te l’aspetti vedi aprirsi uno spiraglio e apparire una città diversa da quella che conoscevi, fluida, continuamente in evoluzione, che dopo un istante è già sparita, ed è altro. Perchè? Come mai? Forse perchè l’immagine che la città ha dato di se in quell’istante è solo il frutto del nostro sguardo, forse perchè l’immagine della città è in quel momento è determinata dallo sguardo di un passante incrociato proprio in quel momento.
Lo spazio costruito, allora diventa luogo, il luogo di ciascuno, diverso allo sguardo di ciascuno,
quasi fosse una illusione, lo spazio fisico è un mastodontico intreccio tra realtà e fantasia, tra realtà e finzione, tra spazio e luogo, tra vissuto e rappresentazione.
A questa rappresentazione il pianista e compositore Romeo Scaccia ha prestato la sua immaginazione insieme alla magia del suono del pianoforte Fazioli che restituisce alla presentazione tutta la sorpresa e ne scandisce il divenire. Un ringraziamento a Cassa Edile ed alla Aton che ha organizzato l’evento ed ha prodotto la multivisione per averci consentito di utilizzare la nostra immaginazione e farla diventare lavoro, fondata sul lavoro.
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