Aldo Di RussoStrategie per l'evoluzione

Il trattamento di un modulo audiovisivo di circa 3/5 minuti costruito con tecnica mista video e multivisione e destinato a dare un contributo di spunti e di idee di “identità” e di “genius” di un luogo simbolo della Sardegna.
Le idee e le citazioni in corsivo derivano tutte dalla lettura del libro “le fiamme di Toledo” di Giulio Angioni, edito da Sellerio e sono, da questo, liberamente tratte ed adattate per un uso cinematografico promozionale. Il presupposto alla realizzazione di questo audiovisivo è che ad Angioni piaccia l’idea e che sia disposto a fare da attore interpretando se stesso in questa chiave predisponendo un bagaglio di pazienza a disposizione di chi debba girare e rigirare le scene fino ad essere tutti soddisfatti
Il soggetto è “il Castello” di Cagliari. Lo scopo è mostrare parte di quello che le guide non dicono. Usando il soggetto come format si potrebbe aspirare alla produzione di moduli audiovisivi che siano elementi di storia e di identità locale e che possano essere utilizzate come “guide non usuali”.
La struttura del filmato avrà due elementi contrapposti e dialoganti allo stesso tempo:
Is cumentzus: il racconto da parte di Giulio Angioni del suo rapporto, anche infantile, con il rione. Il mare aperto, la storia che racconta del tempo remoto o recente, ma sempre presente delle diversità culturali.
Lampadas: La parte del racconto filtrata attraverso i personaggi dei romanzi (in questo caso del romanzo): L’illuminazione, la fiamma che è gioia, la dimostrazione che del racconto autobiografico esiste una sedimentazione cosciente o no, non importa, nella produzione dell’artista di oggi
Supponiamo che Sebastian Munster dovesse riscrivere oggi la Cosmographia Universalis, e che andasse da Giulio Angioni a chiedere di scrivere un capitolo che avesse come tema “Castelli brevis historia et descriptio”. Occorre allora raccontare il rione sopra le righe, essere capaci di volare e capaci di allungare il sogno nella veglia in cima al campanile confondendo e confondendosi come Dominga del romanzo di Angioni diremo si so volare. Ho sempre saputo volare, E’ forse peccato volare? Volano gli angeli e le colombe dello Spirito di Dio. Sono anche figurati in chiesa.
La storia e la descrizione del più antico e nobile rione di Cagliari visto e raccontato da occhi sicuramente non imparziali nelle cui parole “i posteri leggeranno anche il mio amore” oltre ad avere davanti il “carattere” di un luogo che ha contribuito a formare il carattere di un intellettuale. “Sulla diversità del mondo avevo avuto modo di riflettere e vedere in vita mia, anche senza solcare i flutti dell’Atlantico, ancora meno del Pacifico ignoto fino a ieri sera.... bastano queste nostre differenze Europee a muovere la meraviglia per come il mondo è vario”
L’idea di base del racconto per immagini e quella di mostrare tutto quello che, a volte invisibile agli occhi, è però sempre ben visibile all’immaginazione quando questa venga ricostruita attraverso un racconto fatto di parole. “Riesco ad abbandonarmi ai miei ricordi. Nessuno te li toglie se ti tolgono il futuro.”
Le immagini, allora, saranno una elaborazione di quanto fotografato o girato tra i vicoli e le strade del Castello per le quali rimandiamo allo storyboard esecutivo.
........ provare a riconoscere i luoghi per la prima volta. Ritrovare il “genius” la sua ninfa, il suo dio a cui devi badare perchè responsabile di ogni cosa. Durante la fuga viene fuori il paganesimo che ogni luogo induce.
Guardando le facciate dei palazzi del Castello da basso, mentre si sale per le ripide ascese o per le scale si ha subito la sensazione che le facciate dei palazzi siano “ appese” come panni di bucato ad un filo. Esposte al sole per un motivo concreto, come i panni. Esposte per essere preservate ed indossate di nuovo, come i panni. Anche oggi non sembrano restaurate, ma pulite.
Di panni stesi, poi tra i vicoli del Castello se ne vedono di ogni forma e di tutti i colori. Questa similitudine suggerisce un accostamento visivo. Sulle facciate e sui panni stesi saranno proiettate, come fossero lo schermo su cui la storia raccontata da Giulio Angioni si svolge, le immagini dei suoi primi piani. A questi faranno da contrappunto dei particolari stretti della bocca (intesa e fotografata come lo strumento che produce fisicamente le parole in forma di suono) e degli occhi ai quali, come si entrasse nella mente che produce idee, saranno accostati i composit fotografici del castello.

L’idea che sottende la realizzazione delle sequenze e delle animazioni si attesta a metà strada tra il collage fotografico ed il montaggio cinematografico tradizionale, questo perchè le immagini, come accennato in premessa, cercheranno di descrivere una forma immaginaria del castello, non quello che si vede nelle cartoline e nei documentari turistici, ma quello e solo quello immaginato dagli autori. In fondo i palazzi, visti salendo al castello, sembra si esauriscano nella sola facciata. Sobrie, nell’architettura e nelle decorazioni, sono imponenti per la posizione che hanno rispetto a chi le guarda. Nel nostro racconto diventeranno “lo schermo delle parole”
Le inquadrature che il Castello stesso suggerisce consistono nel vedere le architetture sempre attraverso un altro elemento che fa da quinta o da cornice. Questo modo di inquadrare, tipico della prospettiva quattrocentesca, induce la possibilità di misurare le distanze in modo preciso, anche se intuitivo, avendo un elemento vicino come riferimento. Pur essendo un labirinto di strade non si ha mai il senso di smarrimento proprio per questo. A contrasto, quando ci si avvicina al “bordo del rione” (è singolare come si riproduca in piccolo l’idea di isola) il cielo tocca il mare quasi a dire che l’oltre non esiste.
La cattedrale contiene una moltitudine di personaggi scolpiti dentro ed ai lati degli altari. Santi in atteggiamento estatico, grandi di Spagna in abito nobiliare ed atteggiamento altezzoso. Visti dal punto di vista per il quale sono stati scolpiti, a volte guardano fisso negli occhi chi si avvicini, a volte volgono lo sguardo altrove. Una sequenza di sguardi di pietra montati a ritmo stretto sancisce l’impronta dell’epoca della dominazione spagnola sull’isola e sul rione.
Un secondo personaggio, potrebbe fare da sponda al racconto autobiografico di Giulio Angioni, in modo da creare, per gli spettatori, un limbo sospeso a metà tra la prosa dell’autore e la parte autobiografica del suo romanzo. Sia quella riferita agli intellettuali bruciati sia quella che racconta per bocca di Sebastiano Arquer la nostalgia per l’isola.
“su di noi, sul viso, sulle mani, sui panni, un aroma di sale e di sole. Da dietro, dalla terra, ci arriva a tratti un sentore di lentischio e di elicriso, da luoghi dove si vorrebbe andare a vivere per sempre, eremiti, o banditi, la dove si sa già che resteremo neanche un mese, in balia delle nude leggi di natura, che ci chiamavano ogni tanto al desco del mio ospite, ma sempre discutendo della grazia, dell’invincibile incertezza della vita. E si tornava in alto sugli spalti della rocca, come a vedere più chiaro, come da bambini quando giochiamo a guardare il più lontano possibile, mentre la sera un alito umido saliva dal golfo, il firmamento si adornava mano a mano di stelle. Un bell’enigma, dentro cui non potevo rinunciare a penetrare. E con fiducia di giungere al cuore, perchè quello si era uno stato di grazia. Gratuito, appunto, non ricompensa per qualche merito: Perchè la salute di mente e di corpo, la felicità, sono tutte grazie concesse non di rado a chi agisce in maniera ingiusta e immorale, mentre chi ha fame e sete di giustizia e fa opere buone e morali può rovinare se stesso e molti altri”

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